Andrea

La Penitenziaria lo lasciò solo con i ricordi adolescenziali del quartiere: amici spettrali sotto casa che lo chiamavano per la solita partitella al parco lì vicino. Dopo una lunga pausa per scrutare le finestre, sfuggì agli sguardi dei vicini già incuriositi dalla presenza del furgone che lo aveva appena scaricato tra le persone libere.

Per sua fortuna, i nuovi provvedimenti COVID avevano unto gli ingranaggi e accelerato ogni procedura, così da un giorno all’altro si trovò a firmare moduli, e da quel momento, in meno di una settimana ottenne gli arresti domiciliari.

La mascherina era una tortura per il suo volto; grattò per qualche secondo dietro l’orecchio per scacciare il fastidio dell’elastico.

Ci mise qualche minuto a rintracciare la chiave giusta tra le dieci presenti nel mazzo, così dovette soffocare il nervosismo montante. Più rimaneva esposto alla supponenza dei suoi concittadini, più avvertiva la dignità violata dai pregiudizi.

Sapeva benissimo come funzionavano certi pensieri: una volta che notata la scritta POLIZIA PENITENZIARIA, pensò, già ti hanno inquadrato.

Dopo una serie di tentativi la chiave giusta aprì la serratura.

L’odore del prodotto per pulire, lo stesso che dieci anni prima si era lasciato alle spalle, lo prese per mano in una nuova scampagnata nel passato. 

I tentacoli scompigliati di un mocio fecero capolino dall’angolo delle scale sul mezzopiano, e più volte fece avanti-indietro dosando liquidi schiumosi.

Allo scatto della serratura automatica del portone, la persona all’opera si presentò prima con una ciabatta di gomma da pochi soldi e poi chinando la testa oltre il limitare del muro. Da sopra la decina di gradini fece un cenno con un mezzo sorriso: «Buongiorno.»

In pochi secondi, gli occhi azzurri dell’estraneo guizzarono su tutto il corpo e sui bagagli che Andrea lasciò a terra per risistemare le chiavi e il cellulare nelle tasche. Non non sapeva che età dargli. Forse quaranta, forse cinquant’anni, ma a ingannare il suo aspetto era la trasandatezza di chi da troppo tempo non aveva persone con cui confrontarsi… o da cui essere giudicato.

Si sentì di nuovo, e non seppe perché, all’interno della struttura carceraria. Lo salutò con un “ciao” sommesso, informale. Gli sembrò di avere davanti solo un altro detenuto a cui oggi toccavano le pulizie del “braccio”. Ma da sempre anche qui funzionava così, e proprio sulla sinistra, vicino alle caselle postali, posò gli occhi sulla bacheca con la tabella dei turni di servizio.

by Bellard Richmont

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