Miriam

by Sahara Rossi

Sentì un rumore secco, poi un’imprecazione. Si voltò di scatto, e, nella luce fioca dell’esterno che dalle finestre illuminava debolmente il palazzo buio, osservò Ismael chinato a terra intento a porgere la mano ad un’altra persona, di statura tozza, i capelli e la barba scura, che presumibilmente, uscendo dal suo appartamento all’improvviso, aveva sbattuto contro il suo compagno. «Ma non ci vedi, cazzo?», gli gridò contro Ismael, toccandosi una spalla. L’altro si sistemò la montatura tonda degli occhiali sul naso prominente, e, con un gesto pesante, si tirò su. «Scusami, hai ragione. Non capisco cosa sia successo... E voi eravate qui. Perchè eravate qui?», domandò, con uno sguardo indagatore. «Eravamo in terrazza», farfugliò Ismael. «È andata via la corrente e tutti i condomini sono qui fuori».
Matteo, questo il nome dell’inquilino dell’ultimo piano, annuì meditabondo, poi si affacciò per controllare la situazione ai piani inferiori. Altre persone, fuori dalle loro abitazioni, chi in pigiama e chi in vestaglia, si guardavano attorno confusi, scambiandosi qualche parola e domandandosi a vicenda cosa fosse accaduto. Miriam lo osservò. Matteo, o come lo aveva definito svariate volte in presenza di Ismael “il nerd solitario”, quello che anni fa l’aveva aiutata a sistemare il computer, ed aveva aiutato anche suo padre con il suo vecchio telefono. Si domandò se sapesse della tragedia avvenuta tre anni addietro, cosa ne pensasse. Il suo sguardò si spostò verso il basso; al secondo piano un uomo sulla trentina, dai capelli tagliati corti ed una leggera ombra di barba nera, se ne stava immobile dinanzi la porta del suo appartamento, e fissava la scena come assente, paralizzato in pensieri cupi e lontani. Con gli occhi torvi e tristi alzò il capo nella sua direzione e sembrò come guardarla, poi indietreggiò, e si richiuse la porta dietro di sè, inghiottito nel buio della sua casa. 
«Miriam, hai sentito?».
«C-cosa?», sembrò come rianimarsi da un sonno profondo. «Andiamo a controllare il contatore», le disse Ismael, prendendole la mano e lasciando andare avanti Matteo.

Si ritrovarono tutti assieme sullo stesso piano, condomini di cui, durante gli anni, Miriam conosceva soltanto i nomi e di cui aveva provato banalmente a ricostruire le loro vite. Soltanto alcuni tratti essenziali li caratterizzavano. Luca, lo scrittore, Anita, che fumava erba dal suo balcone, e che chissà, forse aveva un incarico importante, forse era soltanto una spacciatrice in mano a qualche uomo potente. La donna che le stava accanto tremolante, presumibilmente era la sua compagna. «Sono due lesbiche, te lo dico io», le aveva confessato una volta Ismael, ridendo; ma a Miriam in realtà non importava granchè. Pensò a sua madre e a cosa stesse facendo in quel momento. Probabilmente anche lei era sul pianerottolo, il corpo ossuto stretto nella sua vestaglia marrone, che parlottava a distanza con i vicini della porta accanto, e che, con la sua voce stridula, gridava a gran voce: «Dov’è mia figlia?», e chissà, sarebbe andata su tutte le furie quando avrebbe scoperto i suoi nascondigli ed il ragazzo con il quale si intratteneva. Per sua madre, Ismael e la sua famiglia erano gente “particolare”, praticanti di una religione a suo parere ottusa e che non condivideva. Fin da quando Miriam era bambina non aveva mai visto di buon occhio la loro amicizia, e, quando li vedeva per strada a giocare, cercava sempre di richiamarla in casa con qualche scusa banale. “Se solo sapesse...”, pensò la ragazza.

 

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